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Era una domenica sera noiosa, il 26 gennaio 2020.
Stavo sui social a commentare le notizie sportive, quando vedo un post di Terrence Roderick; si, quel Terrence Roderick che aveva giocato a Bergamo tra le altre cose, e adesso gioca a Forlì.
Dice che secondo notizie del sito tmz c’è stato un incidente di elicottero, a Los Angeles, è morto Kobe Bryant, forse insieme alla figlia Gianna, forse ci sono altre vittime.
No ragazzi, adesso vado a vedere i siti seri, andiamo sulla CNN, lì le notizie sono vere, tmz è un sito che al massimo può scrivere delle dive di Hollywood che si rifanno seni e glutei….Però pensi che magari può essere….ma non, non può essere così, sarà uno sbaglio….


Poi vedi che la notizia la rilancia il sito di Repubblica, poi il Corriere e la Gazzetta, i contorni ed i dettagli si precisano, alla fine anche la CNN la mette in prima pagina. Condivido il post sulla pagina di Terrence, lo giro anche a suo zio Jules, è il momento della commozione, dei giorni che seguiranno di lacrime e dolore. Non voglio, non posso aggiungere nulla al ricordo del Kobe giocatore, fuoriclasse, leader e personaggio di una caratura incredibili, è stato detto e scritto tutto in questo anno.
No, io voglio mettere in risalto quello che io ho vissuto e pensato dell’uomo Kobe Bryant, del fatto che lui, cresciuto in Italia al seguito del padre Joe parlasse italiano, vestisse italiano, dicesse in un intervista che le sue figlie non capivano cosa volesse dire poter vivere in un posto dove potevi andare a mangiare un gelato in piazza con gli amici, e come lo dicesse col cuore prima che con le parole. Dicono che prima di salire su quell’elicottero fosse andato a Messa con la figlia Gianna, che dopo tante traversie private avesse trovato serenità ed equilibrio, come riconciliarsi con le cose più semplici e belle della vita. Pensare a quello che ha detto Federico Buffa, cosa gli è passato per la mente in quegli ultimi secondi, sapendo di essere alla fine certa ; sapere che l’ultimo gesto della tua vita è comunque provare
a proteggere tua figlia. Non so quante volte ho rivisto la sua intervista su Sky, dove lui guarda e commenta le fotografie più importanti della sua carriera, e dove capisci che il vero segreto della mamba mentality non è nei numeri, negli anelli vinti, nelle medaglie e anche nelle sconfitte; no, per me il suo punto di forza è che tu, qualunque cosa fai, qualunque sia il tuo ruolo, tutte le mattine ti devi alzare e devi dare tutto te stesso.
E che il tuo primo metro di paragone sei tu, non gli altri.
Se vuoi alzare l’asticella, il primo a saltarla devi essere tu.
Non mi interessano i punti, le statistiche, le statistiche, le discussioni sterili su chi sia il più grande: credo che le legacy, per dirla all’americana, di Kobe Bryant sia la parte umana della sua vicenda, quella che scopriremo nel tempo, quando la fretta e l’eccitazione della cronaca lasceranno il posto alla bellezza del ricordo del giocatore che ci ha fatto divertire e dell’uomo.
Ad un anno di distanza, questo è il mio ricordo di Kobe Bryant.
Mamba out.
Mamba in.

FONTE E ARTICOLO MARCO GHISALBERTI

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