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di Massimo Mangano – Giganti del Basket – Febbraio 1974

 

Chiacchierare con Dan Peterson è stato un vero piacere: non soltanto perché mi sono trovato bene con un coach con alcuni connotati fisici (altezza in primis) vagamente pari ai miei, ma soprattutto perché mister Peterson è una persona affabile, simpaticissima, con le idee già molto chiare non solo sul basket, ma, quel che più conta, sul basket italiano. Abbiamo iniziato a parlare di filosofia cestistica alle 13 e, se alle 16:30 non me lo avesse rubato un collega giornalista, Dan Peterson mi avrebbe probabilmente costretto a passare la notte a Bologna, sempre con una penna ed un foglio di carta zeppo di appunti, di schemi, di diagrammi. La filosfia di Peterson è di una chiarezza e di una semplicità addirittura sconcertante, ma appunto per questo mi è sembrata validissima. Soprattutto comunque mi hanno colpito l’uomo-Peterson, già perfettamente integrato nella vita, nei costumi, nei sistemi italiani, e il coach-Peterson, che non tira mai in ballo frasi tipo “… ma in America è un’altra cosa…, io nel mio college…, voi qui siete al medioevo..”. Il basket è uguale dappertutto e tutti i tecnici hanno gli stessi problemi, sostiene Peterson. Ed è da questa affermazione che è partito praticamente il fuoco di fila delle domande che si proponevano di presentare Dan Peterson, come uomo e soprattutto come tecnico, con la stessa chiarezza con cui lui si offre e si presenta a tutti nel suo colorito ma chiarissimo idioma italo-american-spagnolo.

Anche se la tua esperienza è abbastanza breve, puoi dirmi Dan, quale differenza hai trovato tra la mentalità italiana e quella americana di concepire e di fare il basket?

Nessuna differenza tra le capacità di lavoro di un giocatore italiano ed un americano; nessuna differenza tra le possibilità dell’uno e dell’altro di progredire; una sola differenza ho trovato, nella mia squadra, rispetto alla squadra di college che ho allenato in America, non rispetto, comunque alla Nazionale cilena, che ho allenato per due anni: si tratta di quella capacità di concentrazione per quaranta minuti che, per esempio, è una delle caratteristiche peculiari dell’Innocenti o dell’Ignis o anche della Forst. La mia squadra attuale ha questo problema, come l’ha avuto il Cile per il primo anno, ma è anche un problema di convinzione nel lavoro che si fa e nei propri mezzi. Dunque deve essere oggetto di un lavoro non proprio brevissimo. Da questo punto di vista (convinzione e concentrazione), l’Innocenti che ho incontrato io è pari alle più forti squadre americane di college. Un altro problema che riguarda il mio lavoro in Italia è quello del convincere i giocatori che nel basket si progredisce continuamente anche a ventotto anni o a trenta.

Possiamo provare a dare un’idea, con poche frasi, dei sistemi della filosofia tecnica di Dan peterson?

Okay. Una sola parola potrebbe bastare: semplicità. Ma è una parola che va ripetuta all’infinito. E poi: fondamentali, resistenza, disciplina negli schemi. Ma la semplicità è alla base di tutto. Se la mia squadra deve fare un gioco semplice in attacco, lo ricorderà e lo metterà in atto anche nel momento più drammatico di un incontro, mentre un sistema complicato potrebbe metterci in difficoltà quando la squadra è in crisi. Io dico sempre ai miei giocatori, prima di ogni incontro: niente id nuovo, niente di differente, niente di difficile, neinte problemi…

Una volta chiariti questi principi generali, proviamo allora a esaminare pezzetto per pezzetto questa filosofia della semplicità, chiarendo ancora di più questo concetto o meglio come questo concetto viene esplicato giorno per giorno negli allenamenti…

Io ho preparato un programma generale di lavoro con moltissimi esercizi e con un piano che deve esaurirsi entro quest’anno. Alla base del mio lavoro sta la ripetizione continua di certi gesti e di certi movimenti, fino alla completa assimilazione. Nei miei allenamenti difficilmente un esercizio dura molti minuti. Preferisco fare tanti esercizi per pochi minuti. Lo stesso programma viene poi ripetuto settimana per settimana. Per esempio, il martedì e il mercoledì noi facciamo sempre lo stesso lavoro. Il martedì fondamentali d’attacco, il mercoledì fondamentali di difesa. Questo sistema permette sicuramente a chi lavora con impegno di progredire, ma in ogni caso ha il vantaggio di non far peggiorare nessuno. Se io non ripeto invece questo lavoro è facile che durante il campionato si peggiori. Gergati ha ventisette anni, ma fa fondamentali come gil altri e migliora anche lui, così come in America Jerry West, sacrificandosi e migliorando, oggi a trenta anni è ancora un giocatore adatto al basket moderno. Lui giocava vent’anni fa in un modo: ora gioco in un altro. Ma è sempre un campione”.

Ma che tipo d’esercizi fai per i fondamentali di attacco e di difesa?

Uno contro uno senza palla, palleggi, trattamento di palla, tap-in, uno contro uno con il pallone, provando e riprovando tutti i tipi di conclusione e poi il tiro con una mano sola per migliorare e perfezionare la tecnica di tiro, poi la tecnica dell’arresto, la tecnica della ricezione del pallone. Poi 2 contro uno, 3  e 4 contro due. Come fondamentali di difesa per esempio il mercoledì i miei giocatori fanno venti-venticinque minuti di scivolamenti, con gli assistant a fare da specchio, poi tutta la tecnica della nostra difesa, la tecnica del tagliafuori, il marcamento del pivot e l’aiuto sul pivot. E poi finiscono sempre con una serie di suicide-trainings.

Qual è, secondo te, il più grosso problema di un allenatore di squadre di club?

Convincere i giocatori che a vent’anni non sono arrivati, ma hanno appena iniziato la loro vita cestistica. Anche in molti college americani i coach hanno questi problemi. Convincere un ragazzo che a trent’anni deve giocare molto meglio che a vent’anni, così come a ventidue meglio di quando ne aveva ventuno. L’allenatore di una squadra Nazionale, per esempio, non ha questo problema, perché lui cambia tutte le volte e prende sempre i più forti in quel momento.

Torniamo ai tuoi allenamenti. Come si svolge la parabola del tuo lavoro? Parti piano per poi finire in crescendo? Che tempi di recupero dai?

Scarsissimi tempi di recupero. I giocatori sanno ormai più o meno quello che devono fare. Il ritmo è elevatissimo almeno per 90 minuti di seguito. Io non ho usato mai e non userò mai un preparatore atletico, perché faccio tutto io, con i miei aiutanti: sia il lavoro ateltico, sia quello tecnico; e per tenere tutti in forma durante il campionato occorre che il lavoro atletico sia condensato con quello tecnico e che quindi il ritmo dell’allenamento sia incessante.

Prova a dirmi quali sono i maggiori difetti dei giocatori italiani nei fondamentali d’attacco…

Non solo dei giocatori italiani. Io non faccio differenza: sono problemi del basket mondiale, questi. Per primo il gioco ed il giro con il piede perno. Quante volte i giocatori fanno passi per non sapere muoversi bene sul piede perno? Poi la paura di subire falli che condiziona i tiratori: in America questo problema è minore, grazie al regolamento, tanto che noi coaches cerchiamo spesso l’azione da “tre punti”, cioè tiro realizzato e fallo, quindi un tiro libero. In Europa il problema è certamente assai più grave. Infine il gioco senza palla. Questo è un problema che fa sempre impazzire i tecnici di tutto il mondo…

E i difetti nei fondamentali difensivi?

Per quel che riguarda la mia squadra (e, comunque, molte squadre abbastanza giovani), il maggior difetto riguarda la difesa sull’entrata, cioè sull’uno contro uno. Troppi giocatori si cullano sull’aiuto e difendono poco individualmente.

E allora parliamo adesso dell’ideale di difesa di Dan Peterson…

Una difesa che non cerca di intercettare la palla per non restare in sottonumero (4 contro 5). Una difesa di cinque uomini sempre in movimento, una difesa che aiuta e recupera, ma una difesa che anticipi anche le ali, che non dia respiro al palleggiatore, che soffochi il pivot…

Ma qual è la maggiore difficoltà d’attuazione della famosa “help and recover”?

Il problema più grosso non sta nell’aiuto. In percentuale d’importanza tra l’aiuto e il recupero, l’aiuto varrà il venticinque-trenta per cento, il recupero almeno il settanta. Così come è inutile saper anticipare le ali, se poi la difesa non sa aprirsi al momento giusto e si becca il canestro dietro le spalle con la tipica azione di back-door. Il problema della difesa “aiuta e recupera” è anche la tendenza al flottaggio esasperato che consente tiri facili da fuori. Ma comunque mettiamoci in testa che i problemi difensivi non sono solo italiani o solo dei giovani allenatori e giovani giocatori. Anche nell’olimpo del basket, anche tra i professionisti, ci sono giocatori e squadre che non sanno difendere o che non hanno la giusta mentalità difensiva. È il problema classico dei troppo bravi, che pensano di aver inventato loro il basket…

Parlami del marcamento del pivot. Tu lo fai marcare davanti?

No, affatto. E per ragioni ben precise. Davanti è troppo pericoloso perché: 1) il passaggio lob (a parabola) può essere pericoloso; 2) se un giocatore tira da fuori, il pivot è sicuramente in posizione di vantaggio per prendere il rimbalzo offensivo, se è marcato davanti. Il pivot va marcato d’anticipo laterale e va forzato secondo le posizioni o verso gli angoli, o verso il centro. Come tutti gli altri giocatori.

E nella tua filosofia difensiva, quando porti i giocatori verso le linee laterali e quando verso il centro?

Verso le linee laterali nella loro metà campo e anche nella mia quasi fino agli angoli, poi li forzo verso il centro dove dovrebbe funzionare l’aiuto. Ma non sempre è così, ahimé, così come non sempre riusciamo a chiudere la famosa e oppressiva linea di fondo. Quante volte avremo gridato “chiudi la linea di fondo”? Che ci vuoi fare, è il nostro destino…

E nella tua filosofia difensiva, come funziona la meccanica degli aiuti? Per esempio su un gioco a due difesa-post, chi aiuterà come terzo difensore? Il marcatore dell’uomo d’angolo o dell’altro pivot?

No, nella mia difesa il difensore dell’altro pivot non si muove perché io non voglio rischiare di lasciare libero un uomo così pericoloso come un pivot sotto canestro. Inoltre se l’uomo dell’altro pivot aiuta e c’è un rimbalzo offensivo il pivot avversario lo conquisterà facilmente. C’è una meccanica di scambi per cui chi aiuta effettivamente è il difensore dell’uomo più lontano dalla palla. È un movimento che io chiamo taglio difensivo e dà spesso ottimi frutti.

E dopo aver tanto parlato di difesa, proviamo a parlare di attacco…

Okay. Primo: non perdere mai la palla. Secondo: giudicare l’opportunità del contropiede. Meglio un contropiede in meno che una palla persa in più, insomma. Io poi ho una regoletta per perdere meno palloni in contropiede. Superata la metà campo l’uomo di centro non deve più passare la palla, ma deve palleggiare fino alla lunetta per vedere quali opportunità vi sono per una soluzione in soprannumero. Terzo: abolizione del passaggio battuto a terra, che è il passaggio che più amano le difese moderne ed aggressive. Quarto: niente schemi complicati, anzi, niente schemi. Il campo viene praticamente diviso continuamente in due parti. Da una parte si gioca a tre e dall’altro si gioca a due. Semplicità dunque. Più che di schemi con i numeretti si tratta di pochi movimenti con infinite soluzioni. Ogni soluzione tuttavia presuppone un movimento di squadra. perché i compagni debbono sempre sapere prima quello che farà l’uomo con la palla per poter andare al rimbalzo al momento opportuno. Quindi anche se c’è una certa libertà nell’iniziativa, l’iniziativa a sua volta è controllata. Si tratta in pratica di varie opzioni che i giocatori scelgono di volta in volta. Questo tipo di gioco non avvantaggia nessuno in particolare, nel senso che noi non facciamo nulla di particolare per Fultz o per Serafini. Tutta la squadra ha le medesime opportunità per segnare: ed infatti anche se Fultz si eleva per classe naturale, difficilmente nella mia squadra c’è un solo giocatore che fa quaranta punti e gli altri che giocano per lui.

E nell’attacco alla zona?

I principi sono più o meno gli stessi. Occorre solo una maggiore pazienza, una maggiore disciplina e tanto movimento di palla e di uomini. In più bisogna considerare che contro la zona si possono conquistare dei buoni rimbalzi offensivi occupando alcune posizioni chiave. Infatti uno dei vantaggi dell’attacco alla zona è che spesso vi sono dei rimbalzi lunghi, che quindi gli attaccanti possono conquistare con una certa facilità.

Ma perché Peterson non fa la zona?

Perché io penso che un allenatore debba specializzarsi in una difesa, pur senza ignorare le altre. Io mi sento uno specialista della difesa ad uomo e mi sento di insegnare alla mia squadra soprattutto questa difesa. La zona è una difesa validissima se si hanno dei giocatori molto alti e molto lenti. Io ho allenato 5 anni l’università di Delaware ed ho sempre difeso pressing. Poi un anno ho avuto una squadra adatta a difendere a zona ed ho fatto la zona riuscendo a ottenere ugualmente ottimi risultati.

Si sente spesso parlare di programmazione a lunga scadenza: tre, quattro, cinque anni. Tu cos’hai programmato per la Sinudyne?

Io per l’anno prossimo niente, se non eventuali acquisti di giocatori. Io lavoro anno per anno ed in un anno debbo svolgere il mio programma, giorno per giorno, mese per mese. Per me ogni anno è come se finisse il mondo. Non m’importa cosa succederà fra due o tre anni. I progetti della mia squadra li voglio vedere nell’arco di un anno.

E per la Sinudyne di quest’anno il prossimo obiettivo qual è?

Di obiettivi ce ne sono ancora tanti. A partire dalla concentrazione intensa di tutte le partite. Noi ci siamo posti inoltre l’obiettivo di non perdere con le squadre più scarse di noi, di non perdere con le squadre uguali a noi e di cercare di vincere tutti gli incontri punto a punto. Inoltre dal punto di vista tecnico, l’obiettivo è arrivare al tipo di gioco e difesa “run and jump”, corri e salta. Cioè una difesa pressing tutto campo che deve cercare la palla solo in determinate occasioni, ma deve costringere le squadre avversarie a correre continuamente ed a giocare in condizioni difficili.

Ma questo pressing è solo una difesa tattica, oppure può essere una difesa base, una difesa da giocare tutto l’incontro?

Può essere senza dubbio una difesa base. Una difesa che io vorrò vedere per quaranta minuti di seguito. Una difesa che deve raddoppiare a ragion veduta, che non deve far fare all’attacco quello che vuole. Una difesa che non si preoccuperà tanto di rubare la palla, quanto di rubare posizioni agli attaccanti. Un metro guadagnato nella ricezione della palla sarà un metro importantissimo. Una difesa che imporrà veramente il suo gioco, una difesa insomma pari a quella dell’Ignis (veramente magnifica) o quella dell’Innocenti.

Perché ti sei portato un aiutante (Jim McMillen, 25 anni) e ne hai preteso un altro (Ettore Zuccheri, 32 anni) qui?

Io ho molto bisogno di due assistenti. Io divido in allenamento il campo in due parti. I miei aiutanti lavorano sulla base degli esercizi che abbiamo preparato e io controllo il lavoro dei giocatori più tranquillamente.

Credi nella validità del rilevamento statistico delle squadre avversarie? In quale considerazione tiene le relazioni sulle altre squadre? Si dice che la Sinudyne non si preoccupa mai del gioco delle altre squadre.

È vero e non è vero. Io sulle squadre che incontro voglio sapere: 1) che cosa fanno in attacco; 2) che difesa giocano; 3) quali sono le marcature più opportune. Una volta a conoscenza di queste tre cose, durante la settimana posso ripassare con maggiore intensità alcuni esercizi che riproducono situazioni di gioco simili, ma io non preparo mai l’incontro facendo vedere alla mia squadra gli schemi della squadra avversaria o dicendo ad un tal giocatore che quel giorno deve marcare in un modo piuttosto che in un altro. Se un mio giocatore sa difendere sul pivot, che bisogno ho di spiegargli quali movimenti fa quel pivot? Lui sa sempre cosa fare in ogni situazione perché ogni situazione è stata provata mille volte in allenamento. E poi è una quetione di semplicità, come al solito. Non bisogna, secondo me, confondere i giocatori dicendogli, quesyo lo marchi in un modo, quell’altro lo marchi in un altro e quell’altro ancora come tre volte fa. La mia filosofia mi impone di dirgli soltanto chi deve marcare e di dargli solo qualche consiglio, senza angosciarlo con cento notizie che poi il giocatore regolarmente dimentica.

E sulla parte psicologica nel rapporto con il giocatore, cosa mi dici?

Ti dico che il migliore esempio che può dare l’allenatore ai suoi giocatori consiste nella stabilità e nell’equilibrio. Secondo me l’allenatore deve avere la stessa faccia, quando perde e quando vince, o quasi. Non esaltarsi troppo per le vittorie e non demoralizzarsi troppo per le sconfitte. Le squadre sono sempre lo specchio della personalità, della filosofia, dei sentimenti dell’allenatore. Solo in questo modo si può riuscire a fare rendere un giocatore od una squadra al cento per cento.

Ultima domanda. Qualche rammarico nel tuo lavoro di quest’anno?

Sì, quando sono venuto a Bologna per firmare il contratto avevo visto una certa squadra e per questo avevo scelto di venire in Italia, poi qualcosa è cambiato… Non è che io ne faccia un dramma, perché questa squadra mi piace, i ragazzi mi seguono con piacere, il pubblico è magnifico, la società è buona, però, c’è sempre un però…

Però con Ferracini lottavi per lo scudetto…

L’hai detto. E lo confermo: con Vittorio in squadra avremmo fatto sicuramente un campionato d’eccellenza. Ma tant’è. Sono solo al primo anno!

 

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